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Intervista allo scrittore Francesco Fallacara

19/09/2016

Intervista allo scrittore Francesco Fallacara

“Viaggio nel sistema educativo del Senegal - Alla scoperta della Daaras”, il primo edito dello scrittore bitontino

Ciao Francesco, vogliamo sottoporti a alcune brevi domande inerenti al tuo edito: “Viaggio nel sistema educativo del Senegal – Alla scoperta della Daaras”.
 
1) Innanzitutto come è avvenuta l’idea di scrivere questo tuo libro, raccontando un tuo viaggio fatto proprio in Senegal?
 
Cerco di essere sintetico per non togliere al lettore che vorrà leggere il mio lavoro, il gusto di percorrere questo “viaggio” antropologico. 
L’idea di scrivere il libro nasce dalla mia volontà di realizzare in un unico lavoro, anni di esperienza professionale come Pedagogista e, successivamente, da Antropologo; quindi dalla mia personale volontà e motivazione di analizzare un ambito poco conosciuto e studiato in modo comparato, quale è un servizio per l’infanzia in un contesto totalmente diverso dal nostro modello-sistema istituzionale “occidentale”.
Il mio obiettivo è quello di svolgere una ricerca sui servizi per l’infanzia, analizzando e confrontando le strutture prescolastiche ed educative, attraverso un approccio metodologico osservativo e interattivo con i diversi attori sociali, operanti a Dakar (Senegal). 
Ho un legame speciale con la terra senegalese, e nel libro unisco oltre alla etnografia e all’analisi educativa-pedagogica delle strutture di formazione, un racconto di vita che risale dagli inizi degli anni 90’, quando conobbi un ragazzo senegalese, oggi caro amico……. e……….. non aggiungo altro.

2) Nel libro si parla principalmente del sistema educativo senegalese, noti delle differenze rilevanti con il sistema educativo italiano?
 
Si… nel libro parlo del sistema educativo senegalese in generale e non solo, ma nello specifico approfondisco quello prescolare dell’infanzia. La differenza marcante è l’impronta della religione, che spicca su qualunque attività venga svolta nelle diverse scuole sia moderne che scuole propriamente “coraniche-tradizionali”, denominate “Daaras”. 
Le differenze sono più chiare solo approfondendo l’argomento in questione. Specialmente leggendo la seconda parte del volume, dedicata all’osservazione diretta di sei “casi studio” (scuole o centri di formazione), dove si possono comprendere meglio le sfumature e le diversità tra queste realtà. Affermo, comunque che, l’elemento caratterizzante e più rilevante, è quello morale-religioso. 
 
3) Il tuo edito può definirsi non solo un testo Educativo e Antropologico, ma ripercorre così come un “diario di bordo”, delle vicende che hai vissuto in prima persona in Senegal, forse per essere immediati non solo ai lettori  che studiano, approfondiscono le materie umanistiche, proprio a dover alleggerire anche la lettura, diventando piacevole e immediata  a tutti i lettori con lo scopo di fargli conoscere le realtà africane?
 
Ho voluto mettere in risalto come “Il tempo della scrittura, come quello della ricerca, non è mai né simultaneo né immediato”; ho preferito “raccontare” la mia esperienza di “viaggio” accompagnando il lettore con mano nelle mie diverse difficoltà riscontrate, come nelle diverse e molteplici esperienze vissute in terra d’Africa partendo sin dalla mia “poltrona” di casa, da quando ho iniziato a scrivere, sotto forma di diario di bordo, tutto ciò che mi accadeva. Questo per evidenziare come una ricerca etnografica sia di sicuro il frutto di conoscenza e di descrizione di una cultura “altra”, ma spesso un racconto di vita espresso attraverso l’uso metodologico del diario quotidiano (papier de bord). 
Questa mia ”metodologia” nel raccontare qualcosa, è stata voluta per mettere in risalto come una etnografia debba essere svolta. Ho inserito, mentre raccontavo l’esperienza di chi viaggia per studio, tutte le “pietre miliari” della metodologia antropologica, senza far pesare al lettore le classiche definizioni statiche che spesso si riscontrano nei manuali. Ho spiegato attraverso il racconto (io la chiamo la parte romantica del lavoro), le incognite e gli elementi essenziali che un ricercatore che si accinge per studio sul campo, deve affrontare, in modo chiaro e pragmatico. Ed è solamente grazie al descrivere ciò che ho osservato nei diversi contesti ho potuto realizzare la mia volontà di rendere fruibile la conoscenza delle realtà africane ad un pubblico più ampio, attraverso la mia singola esperienza.   

4) La cultura del sistema educativo africano, in generale, credi possa essere ben recepita anche dalle culture occidentali ed orientali?
 
Credo che qualsiasi cultura in genere, sia essa educativa o meno, possa essere recepita e compresa da chiunque. Questo non significa che essa sia accettata obbligatoriamente. Ritengo che occorre avere una grande “apertura intellettuale” nel comprendere e valutare ciò che di diverso vi è nel nostro etnocentrico punto di vista. Riporto in breve quello da me scritto nella parte finale del saggio:  “Apprendere da altre culture non significa rinunciare alle proprie tradizioni e usanze, bensì sospendere momentaneamente le proprie certezze e abitudini, separare le pratiche e i fenomeni culturali dai giudizi di valore etnocentrico”. Il mio discorso è globale in quanto ritengo che “c’è sempre qualcosa da imparare dagli altri”.

5) Tu che hai vissuto nella realtà educativa africana come viene vista agli occhi degli occidentali?
 
Spesso una realtà culturale che è notevolmente intrisa di fede e religione, viene spesso, se non sempre, vista dagli occidentali come qualcosa di oppressivo e di chiuso. Molto incide ciò che assorbiamo dai mezzi di comunicazione di massa (specie la Tv) che, aimè, non riescono a esprimere altri “valori” che solo vivendo con gente differente da noi (sia da un punto di vista religioso che culturale) si può percepire.
Come da me citato: “Il metodo educativo occidentale risulterebbe incompatibile con il sistema africano, in quanto parte da una visione teorica eurocentrica della divisione del lavoro, che separa l’educazione dalla politica, dalla religione, dall’economia e dalle istituzioni sociali. Questa frammentazione è opposta al concetto di vita africana, che è invece olistico, basato su una visione integrante del mondo: la vita è un tutto per gli africani, tutte le attività umane sono tra loro strettamente interrelate”.
Gli occidentali e, nello specifico, gli italiani dimenticano che la “vicinanza” nel territorio  dello stato Vaticano, quindi, della religione cristiano-cattolica, spesso influenza la nostra cultura, la nostra educazione (in generale) e il nostro modo di pensare, sia nel bene che nel male. Potremmo essere giudicati e quindi visti anche noi con occhi “etnocentrici” o “afrocentrici”. Nello specifico e tecnico la realtà educativo-formativa africana senegalese, viene vista superflua e poco modernizzata, pur essendo uno dei sistemi tra i migliori di tutta l’Africa Occidentale.

6) So che questo tuo libro lo stai pubblicizzando attraverso vari eventi sul tuo territorio e non solo, pensi che il tuo testo possa in futuro essere inserito  in piani di studi universitari e scolastici?
 
Si, cerco di far conoscere il mio lavoro attraverso diversi canali. Oltre che con la carta stampata, interviste, foto e post sui diversi social, cerco il contatto con la gente, attraverso eventi e presentazioni di vario genere cercando di trovare con le persone che partecipano un dialogo e confronto costruttivo. Come da “buon” etnologo cerco momenti di condivisione e dialogo sulle tematiche in oggetto del saggio. Spesso si spazia su argomenti affini anche se non proprio in oggetto all’argomento del libro. Questo è sintomo di attenzione e curiosità a tutto ciò che gira intorno a temi come educazione, diversità, antropologia e Africa in senso lato. 
Pur trattando un tema specialistico doppio (educativo e antropologico) e di “nicchia”, consiglio il mio libro a chi lavora nei servizi alla persona, per gli insegnanti dei bambini in età prescolare e non, per alunni di indirizzi magistrali, scienze umane e sociali, per chi vuole fare ricerca etnografica e pedagogica, per docenti e cultori di tematiche educative, pedagogiche ed antropologiche, per tutti coloro che affrontano o vorrebbero affrontare i temi dell’infanzia e dello sviluppo, per una lettura interessante e proficua.
Grazie ad una visione puntuale e attenta da parte della gentilissima Prof.ssa Gabriella Falcicchio, titolare dell’unica cattedra di Pedagogia Interculturale dell’Università degli Studi di Bari, il mio volume è stato adottato ed inserito tra i testi di riferimento nel programma accademico 2016/2017, presso il Corso di Studio di Scienze dell’Educazione e della Formazione. “La volontà di rendere fruibile agli studenti un testo pratico, vissuto sul campo, che affronta tematiche educative e interculturali con un marcato orientamento antropologico, può rendere questa disciplina maggiormente attraente e coinvolgente”. Mi afferma e ribadisce la Falcicchio.
Per la sua “diffusione” nei contesti scolastici, la cosa si rende più impegnativa, soggetta ad una pluralità di problematiche connesse, per esempio, alla volontà dei collegi scolastici nell’adozione, la mancata conoscenza specifica della materia e questioni economiche (istituzionali e privatistiche). Naturalmente la sua giusta collocazione e negli Istituti/Licei Magistrali e nei nuovi indirizzi di Scienze Umane, per la sua composizione chiara e semplice che evidenzia e inserisce tutti gli elementi metodologici di ricerca antropologica ed educativo/pedagogica sotto forma di narrativa, facilmente più comprensibile per gli alunni di scuola superiore. Inoltre, attraverso l’osservazione diretta in sei strutture educative e formative senegalesi, si espone uno “spaccato” pratico del vivere in un contesto scuola africano, totalmente differente dal nostro modo occidentale, che rende stimolante e curiosa la lettura.     
 
7) Al giorno d’oggi in Italia si sentono purtroppo delle spiacevoli notizie su alcuni docenti, maestri che maltrattano i loro alunni e studenti, tu che sei anche educatore gestendo una scuola paritaria nella tua città, secondo te cosa porta a questa gente a comportarsi in questa maniera nei confronti dei loro alunni? In Senegal ci sono casi simili? Se purtroppo si, quali provvedimenti prendono nei loro confronti?
 
Episodi ti questo genere non devono accadere. Consolidato questo, farei un’analisi più dettagliata al fenomeno. Purtroppo ci sono molti “insegnanti” ed operatori sociali che spesso pur avendo una preparazione professionale (alcuni no), sono esausti e non appagati nel lavoro che svolgono. Posso capirlo in alcuni contesti del privato sociale, dove spesso bisogna “combattere” per tirare avanti e sopravvivere, ma in altri, specie se sono contesti Statali e quindi con uno stipendio retribuito mensilmente, questo non è comprensibile se non esclusivamente attribuendo la colpa ad una mancata passione e propensione a questo tipo di ruolo, che deve comunque sempre essere parallela alla preparazione accademica e/o formativo professionale. In entrambi i casi ripeto, il maltrattamento non è tollerabile, ma siamo in un mondo, in un settore, molto particolare, dove influiscono una pluralità di fattori. Identificandone alcuni, darei la colpa alle frustrazioni lavorative dovute alle relazioni tra lavoratore/superiore, lavoratore/genitore, lavoratore/contesto lavoro, dove ritengo, salvo per i casi di patologie particolari, che i discenti/bambini non sono le cause dirette degli episodi ma esclusivamente gli anelli deboli del sistema. Poi il lavoro poco appagante sia economicamente che professionalmente, sono tra i fattori fondamentali di queste ingiustizie. Spesso gli insuccessi tra adulti si ripercuotono sui più piccoli.
Come in Italia e ovunque, anche in Senegal tali episodi sono presenti per diverse motivazioni. Proprio ultimamente il governo senegalese sta cercando di debellare delle strutture non autorizzate che in questo Paese sono la maggioranza, per eliminare appunto, il fenomeno di maltrattamento e abuso sui minori. Il problema in questo Paese è di ben più difficile risoluzione. Carenza di formazione adeguata dei “mentori”, connesso ad un mancato censimento e regolamentazione delle organismi educativi e formativi, contesto religioso e lento sviluppo, portano alla resistenza di strutture che in realtà dovrebbero essere eliminate, purtroppo in nome di una buona morale ed educazione.
 
8) Saresti eventualmente disposto, avendone l’opportunità,  ad essere un “Marabuot”, quindi ad insegnare in quei  contesti educativi?
 
Sarebbe una proposta interessante se questa arrivasse……. Se fosse una scelta personale, direi che sarei disposto ad insegnare in questi contesti educativi-formativi, ma strettamente in quelli che sono regolamentati a livello Statale che possiedono un adeguato piano educativo didattico. Essere un “Marabout” non rientra nelle mie competenze, in quanto questi “gestori” di Scuole Coraniche denominate “Daara”, hanno prevalentemente una formazione religiosa Islamico-musulmana, basata su dottrine coraniche.
 
9) Dal punto di vista dell’Integrazione, un tema abbastanza attuale, tu in prima persona vivendo in quel contesto, ti sei sentito integrato? Non so se ti è capitato di parlare con molti dei quali arrivano in Europa, in particolare in Italia, per esigenze particolari causa guerre, fame, ecc…, molti dei quali sono anche “costretti” a trasferirsi, si sentono integrati da noi occidentali?
 
La questione dell’integrazione, oltre ad essere un argomento attualissimo è un tema di non facile discussione. Parlare di integrazione potrebbe essere facile, ma rendere pratico questo termine, non è né scontato né di facile attuazione. Le colture e le personalità di ciascuno sono diverse e complesse. Occorre avere una grande “predisposizione” all’accoglienza  e all’integrazione, sui cui termini si possono aprire una molteplicità di discussioni ideologiche e morali che ai giorni d’oggi non è semplice affrontare. La gente, per le diverse situazioni, non è pronta a questo cambiamento generazionale. Grosso modo posso dire che mi sono sentito integrato in un contesto diverso dal mio, anche perché nello specifico, la popolazione senegalese è fiera della loro “teranga” (ospitalità), quindi di riflesso integrato, ma questa non è la regola. I senegalesi e gli africani in generale, hanno una grande predisposizione all’accoglienza e all’integrazione, anche se io farei delle ovvie e nette differenze su questi termini. Viceversa noi “occidentali”, difficilmente riusciamo a far sentire integrati coloro che provengono da contesti culturali, e specie religiosi, differenti dal nostro. Le marcate radici alle proprie usanze che un immigrato porta con sé (per immigrato intendo chiunque, anche noi), sono a mio avviso, la prima difficoltà che si crea tra il confronto culturale. Con questo non voglio dire che non debbano o non dobbiamo mantenere le nostre usanze, ma dovremmo tutti essere capaci di rendere questa mescolanza di vite e culture “momentaneamente” sospese. Sospendere il proprio vissuto e prospettarsi in qualcosa che è differente dal nostro modo di vivere non significa rinunciare al proprio vissuto e alle proprie radici, ma aprirsi alla diversità, il che è molto bello e curioso in quanto è la diversità che alla fine ci accomuna; ciò che non si vuole capire è che questo, di sicuro arricchisce ciascuno di noi e non il contrario. Non avere paura del diverso né avere paura di sentirsi diversi.
 
10) In Futuro pensi di poter creare un seguito a questo tuo primo edito , potresti raccontare diversi aneddoti che hai studiato e vissuto viaggiando diverse volte nel nuovo continente?
 
Si, sto già lavorando per una seconda pubblicazione. Ha molte affinità  al saggio “Viaggio nel sistema educativo del Senegal”, in quanto è un resoconto, o meglio un diario di viaggio, dove racconto giorno per giorno il mio soggiorno passato in terra d’Africa per realizzare, appunto, il mio primo edito sul sistema educativo e sulle Daaras (scuole Coraniche) del Senegal. E’ un mix tra l’esperienza raccontata nel mio primo saggio sulle Daaras, che è la parte specifica della ricerca, ripresa in modo molto sintetico e tutto ciò che non ho raccontato della mia permanenza a Dakar: cultura, musica, vissuto, cibo, esperienze, turismo, amicizie, disavventure e molto altro. Una sorta di diario segreto arricchito con tematiche su luoghi e personaggi storici e culturali del posto come l’Isola di Gorée, Léopold Sédar Senghor, Cheikh Ahmadou Bamba MBacke, Youssou N’Dour, Lago Retba, Monumento della rinascita africana e altro.
 
 
Noi ringraziamo Francesco per essersi prestato a questa breve intervista, e invitiamo tutti i lettori del nostro sito: http://www.italianartist.it/default.asp a leggere il tuo libro, disponibile sia on-line su vari siti (Feltrinelli ecc…), sia attraverso la casa editrice (Edizioni dal Sud),  sia direttamente acquistabile da Te, per chi ti conosce direttamente.
Noi sul nostro sito abbiamo creato una scheda riguardante il tuo libro consultabile in ogni momento: http://www.italianartist.it/produzioni_dett.asp?id=1116 , oltre che alla schede dell’autore: http://www.italianartist.it/artisti_dett.asp?id=5950 
Continuate a seguirci sul sito, in seguito inseriremo degli eventi su eventuali presentazioni  come abbiamo già fatto in passato.
Francesco facci un Saluto finale ai lettori del Nostro Sito ItalianArtist:
 
Ringrazio tutti quanti; vi ringrazio per la vostra attenzione prestata a queste risposte, grazie a tutti geregef (grazie in Wolof, lingua senegalese). Buona lettura
 

Author: Antonio P.
Tags: viaggio nel sistema educativo del senegal  alla scoperta delle daaras  francesco fallacara  scrittore  edizioni dal sud  
      
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